fra ieri e oggi ho pensato, e concluso, alcune cose. una su tutte. che probabilmente per la mia misera età di 17 anni mi sto prendendo, anzi, mi son già preso troppe responsabilità. e che sono incapace di assumermele fino in fondo. per cui è giusto. è giusto che il mio lavoro, i miei sforzi, seppur minimi, che vanno da sei anni a questa parte, non debbano essere riconosciuti. che io debba essere crticato da chi non sa che cosa c'è dietro quegli sforzi. da chi non sa che molto spesso mi ritrovo a pensare e a lavorare da solo. a pensare tante cose. senza realizzarne nemmeno una. puntualmente. è giusto così. è giusto che io debba essere annientato. è giusto che io debba essere visto come un robot, come un ragazzo che ha bruciato le tappe, che non ha cuore, che sa solo parlare e offendere. è giusto che, nel bene o nel male, debba essere considerato puntualmente fuori della norma. è giusto che mi metta a riposo. che molli tutto. associazione e giornale in primis. e mi chiuda in casa. è giusto che non costruisca mai niente nella mia vita. è giusto che continui a navigare nella mia solitudine. fatta soprattutto della mancanza di un amico vero. capace di starmi vicino nella merda. solitudine che solo giulia, meno male che c'è lei, anche se ci passo relativamente poco tempo insieme, riesce a farmi dimenticare.
e adesso ecco che dice www.nairobi2007.it in un documento di due giorni fa:
I poveri non fanno più audience e i media li usano meno forse perché sono troppi. Anni fa riuscivano ad emozionarci quando entravano nelle nostre case distesi come scheletri, mosche in faccia, occhi spenti. I grandi fotografi giravano il mondo per raccontare la grande ingiustizia. Sebatiao Salgado è invecchiato camminando con la sua Leica nel disordine di chi non conta e conterà meno nel futuro, analfabeti di carta e di computer. Numeri, non persone: esclusi dal neon della modernità. Salgado ha perso i capelli ed è rimasto il testimone calvo dell’utopia. Da trent’anni le sue immagini ci interrogano senza ricevere risposta: cosa possiamo fare? Ormai é difficile pianificare i soccorsi, l’emergenza dilaga: ha raggiunto le nostre città. La solidarietà si annacqua nei diagrammi della globalizzazione: far viaggiare soldi e merci, mai gli uomini. Soprattutto quel tipo di uomini. Da ricacciare, ghettizzare, far sparire dalle cronache giulive di questi giorni. Le loro facce ogni tanto ci guardano quando sfogliamo i giornali nei sospiri di un pomeriggio di festa. Un occhio all’orologio, fra un po’ comincia la partita. Eppure, per un momento, almeno per un momento, ci rallegra la fortuna di non essere nati nei paesi del finimondo, in Africa, soprattutto. Per capire come l’informazione non consideri, ormai, le folle affamate un brivido da vendere sul mercato, è sufficiente cercare le cronache del Foro Sociale Africano. Un minuto e otto secondi sul Tg3, poche righe nelle pagine dentro e non in tutti i giornali: Unità, Avvenire e Corriere fanno eccezione. E non si può pretendere che i rotocalchi spaventino i lettori con le facce degli umiliati ai quali é imposta la non dignità dall’industria pesante delle armi, dall’industria indispensabile del petrolio, dall’industria frivola delle pietre preziose.
le parole son troppe. si sprecano. come fanno i preti dagli altari. tante belle stronzate. e intanto la gerarchia resiste. con le sue intrinseche ed ipocrite disuguaglianze.
troppe parole. troppe. bastaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!
da oggi voglio parlare io. urlare. anch'io ci sono. anche gli altri ci sono. la canzone del giorno la dedico prima a me. e poi a tutti voi. careful with that axe, eugene. pink floyd. sì. sempre loro. 1969. un capolavoro del grande gilmour. non ci sono parole nella canzone, guarda caso. solo urla. attenzione con quell'ascia vuol dire il titolo. attento. non eugene. io. stefano. prima o poi li uccidi tutti. attenti voi tutti. prima o poi vi farò gridare dalla paura. che atmosfera la canzone. mi sto caricando. ormai sono pronto. a prendere decisioni precise. a dare un taglio alla merda. a dare un taglio netto come quello di un'ascia. molto. molto. pesante.
e adesso ecco che dice www.nairobi2007.it in un documento di due giorni fa:
I poveri non fanno più audience e i media li usano meno forse perché sono troppi. Anni fa riuscivano ad emozionarci quando entravano nelle nostre case distesi come scheletri, mosche in faccia, occhi spenti. I grandi fotografi giravano il mondo per raccontare la grande ingiustizia. Sebatiao Salgado è invecchiato camminando con la sua Leica nel disordine di chi non conta e conterà meno nel futuro, analfabeti di carta e di computer. Numeri, non persone: esclusi dal neon della modernità. Salgado ha perso i capelli ed è rimasto il testimone calvo dell’utopia. Da trent’anni le sue immagini ci interrogano senza ricevere risposta: cosa possiamo fare? Ormai é difficile pianificare i soccorsi, l’emergenza dilaga: ha raggiunto le nostre città. La solidarietà si annacqua nei diagrammi della globalizzazione: far viaggiare soldi e merci, mai gli uomini. Soprattutto quel tipo di uomini. Da ricacciare, ghettizzare, far sparire dalle cronache giulive di questi giorni. Le loro facce ogni tanto ci guardano quando sfogliamo i giornali nei sospiri di un pomeriggio di festa. Un occhio all’orologio, fra un po’ comincia la partita. Eppure, per un momento, almeno per un momento, ci rallegra la fortuna di non essere nati nei paesi del finimondo, in Africa, soprattutto. Per capire come l’informazione non consideri, ormai, le folle affamate un brivido da vendere sul mercato, è sufficiente cercare le cronache del Foro Sociale Africano. Un minuto e otto secondi sul Tg3, poche righe nelle pagine dentro e non in tutti i giornali: Unità, Avvenire e Corriere fanno eccezione. E non si può pretendere che i rotocalchi spaventino i lettori con le facce degli umiliati ai quali é imposta la non dignità dall’industria pesante delle armi, dall’industria indispensabile del petrolio, dall’industria frivola delle pietre preziose.
le parole son troppe. si sprecano. come fanno i preti dagli altari. tante belle stronzate. e intanto la gerarchia resiste. con le sue intrinseche ed ipocrite disuguaglianze.
troppe parole. troppe. bastaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!
da oggi voglio parlare io. urlare. anch'io ci sono. anche gli altri ci sono. la canzone del giorno la dedico prima a me. e poi a tutti voi. careful with that axe, eugene. pink floyd. sì. sempre loro. 1969. un capolavoro del grande gilmour. non ci sono parole nella canzone, guarda caso. solo urla. attenzione con quell'ascia vuol dire il titolo. attento. non eugene. io. stefano. prima o poi li uccidi tutti. attenti voi tutti. prima o poi vi farò gridare dalla paura. che atmosfera la canzone. mi sto caricando. ormai sono pronto. a prendere decisioni precise. a dare un taglio alla merda. a dare un taglio netto come quello di un'ascia. molto. molto. pesante.

1 Comments:
1- il nick dello spammer qua vicino mi ricorda tanto qualcuno...
2- non sprecare le enormi potenzialità che hai..mettile da parte se vedi che si perdono e coltiva prima di tutto la sicurezza interiore..poi si può cominciare a combinare qualcosa
3- grazie per il supporto al collettivo (borghesi conservatori piduisti perbenisti gerarchizzati tutti gli altri...soprattutto i visitatori di questo blog^___^)
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